In una recente inchiesta «La Repubblica» ha documentato il pendolarismo Napoli–Roma cui quotidianamente si sottopongono tre docenti (donne) precarie e una lavoratrice del settore amministrativo. Sveglia alle 4 del mattino, 500 km di viaggio complessivi con Frecciarossa, treni locali, autobus, per una durata di circa 7 ore di viaggio tra andata e ritorno. Difficile dire se i giornalisti abbiano letto il volume In cattedra con la valigia. Gli insegnanti tra stabilizzazione e mobilità. Rapporto sulle migrazioni interne in Italia, opera che illustra la presenza di working poors anche nel settore della pubblica amministrazione, tradizionalmente associato a stabilità e garanzia di reddito.

Le indagini a disposizione documentano che il contesto migratorio italiano si trova in una fase di transizione caratterizzata dalla fine del boom delle immigrazioni degli anni ’90 e dal contemporaneo aumento delle emigrazioni. Di fronte a cambiamenti così rilevanti, alcune tendenze rimangono stabili, prima fra tutte i flussi migratori che si orientano ancora secondo l’asse Sud Centro-Nord e che, nello specifico, investono con significativa consistenza sia la componente lavoratrice della scuola sia quella studentesca. Il volume, muovendo da diversi approcci scientifici, analizza una particolare forma di migrazione interna, legata ad una specifica qualifica professionale: quella dell’insegnante della scuola pubblica, comparto in cui la componente straniera è pressoché assente. Come chiariscono i curatori dell’opera lo scopo dei contributi è di «ricostruire la consistenza, le origini e le conseguenze della mobilità territoriale degli insegnanti partendo dal suo impatto sulle biografie dei protagonisti, sui territori di partenza e di destinazione e sul sistema scolastico» (p. X)

Il lavoro intreccia analisi quantitative, capaci di restituire i percorsi di mobilità degli insegnanti attraverso lo studio di specifiche fonti seriali, a capitoli dedicati al racconto di storie di vita, raccolte mediante interviste. Tale dimensione qualitativa risulta in grado di evidenziare le trasformazioni culturali e sociali della professione docente: le difficoltà d’inserimento nei contesti d’arrivo, il rapporto con i luoghi d’origine, la costruzione di un progetto migratorio, il tema del ritorno, l’orizzonte della conflittualità e della sindacalizzazione. Opportunamente gli autori sottolineano permanenze e mutamenti di quel ‘mestiere mobile’ che è l’insegnamento. Storicamente la questione della mobilità territoriale degli insegnanti non è una novità all’interno del più generale problema della disoccupazione intellettuale. Stupisce – come osserva Pietro Causarano – «che questo fenomeno sia stato così poco studiato e tematizzato», così come che il ministero non monitori «regolarmente la dimensione territoriale della mobilità esterna (e quindi l’impatto non solo sulle vite personali ma anche sulle dinamiche sociali delle aree interessate nonché sulla qualità dell’offerta didattica), bensì al massimo si limiti a quella funzionale interna, nei passaggi di docenti fra ordini e gradi» (p. 5). Proprio tale elemento sembra l’acquisizione più significativa del volume: la mobilità migratoria dei docenti continua ad essere considerata come un fatto scontato, strettamente connessa alla funzione universalistica svolta dal sistema formativo, corposo ganglo della pubblica amministrazione abitualmente sottoposto al principio della riallocazione territoriale. In realtà questa naturalità presenta alcuni problemi di legittimità in termini di principio e di efficacia in termini di complessiva efficienza del sistema dell’istruzione.

Di legittimità in quanto – si chiede Enrico Gargiulo – fino a che punto lo «Stato può richiedere – o addirittura imporre – in maniera legittima a una quota dei suoi cittadini, costituita da dipendenti pubblici, di trasferirsi da una parte all’altra del suo territorio?» (p. 85). Inoltre in che misura può farlo a fronte di continui cambiamenti dei meccanismi di accesso al mercato del lavoro scolastico? Evidente, il riferimento all’importante mutamento legislativo noto come la Buona scuola che, contestualmente alla nuova selezione concorsuale (riservata ai soli abilitati), ha varato un piano di reclutamento straordinario in grado di svuotare le graduatorie ad esaurimento (Gae) mediante la candidatura degli aspiranti docenti in 100 province. Ciò ha avuto come esito l’accentuazione della presenza di insegnanti meridionali nelle province settentrionali, un fenomeno storicamente già significativo.

Di efficacia in quanto la distribuzione geografica delle posizioni lavorative aperte determina quel fenomeno di trasferimenti finalizzati ad accumulare anzianità di servizio o acquisizione del ruolo nelle scuole del Settentrione, per poi, in un secondo momento scegliere di uno spostamento inverso per riavvicinarsi alla famiglia o al luogo di partenza. Complessivamente emerge che nelle graduatorie ad esaurimento prevale l’intenzione di spostarsi al Centro-nord; in particolare la regione cui è più alta la percentuale di domande extra-regionale tra il 2011-2014 è la Basilicata (17,2%), seguita dalla Sicilia (15,3%) e dalla Campania (14,7%). Sempre nel medesimo periodo le regioni maggiormente attrattive in ordine sono la Toscana (22,1%), il Piemonte (19,1%) e il Lazio (16,7%). La traiettoria interprovinciale maggiormente frequentata dagli iscritti Gae è Napoli-Roma (4,3%). Il personale di ruolo, invece, preferisce spostarsi dal Centro-nord al Mezzogiorno: in questo caso la traiettoria interprovinciale più seguita è quella dalla provincia di Roma a Napoli (3,1% del totale dei trasferimenti di ruolo tra il 2012 a il 2015). In termini complessivi il fenomeno della mobilità tra regioni interessa il 10,5% dei docenti iscritti nelle Gae; mentre la mobilità interregionale tra docenti di ruolo riguarda il 5,9%. Figure e tabelle di alcuni saggi sono presenti qui.

Come segnalato, il volume presenta cinque capitoli organizzati sull’ispezione di singole realtà territoriali (Bergamo, Modena, Reggio Emilia e Roma; Piemonte, Emilia-Romagna) condotte secondo un approccio etnografico fondato su interviste partecipate e ricognizioni sui dati reperiti presso le amministrazioni territoriali scolastiche. L’istantanea restituisce le motivazioni del trasferimento, specialmente di donne provenienti dal sud Italia; le dinamiche di costruzione dell’identità professionale che portano a scoprire un’appartenenza territoriale mentre ci si trova in un altro contesto e con un altro modo di lavorare; sino alle retoriche antimeridionali puntualmente presenti. «In questo processo di definizione e ridefinizione dei confini si attivano meccanismi di solidarietà e distanziamento, condivisione e rifiuto, ma anche utilizzo in chiave strumentale degli stereotipi» (p. 114) che fotografano il «prezzo» della stabilizzazione introdotto dalla legge 107: l’ingresso in ruolo condizionato a una mobilità non controllata nei tempi e nei modi dell’attuazione. Comune da parte delle intervistate la percezione di essere state di fronte «ad una scelta irrinunciabile» ma «obbligata» in quanto scarse sarebbero state le opportunità d’inserimento nel mercato del lavoro in contesti a forte disoccupazione.

Il piano straordinario di assunzioni ha mandato in frantumi proprio quel dispositivo che rendeva l’impiego come insegnante così attrattivo per molte donne meridionali: la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, carriera professionale e tempi di sviluppo del nucleo familiare, anche nel caso in cui fosse stata necessaria una mobilità territoriale. A questi insegnanti sono stati imposti i tempi della mobilità geografica rendendo di fatto impossibile conciliare questa transizione con le necessità familiari (la crescita dei figli, il mutuo della casa, l’assistenza a genitori anziani…), senza possibilità concreta di tempi brevi. (p. 115)

Sul vissuto personale pesano, spesso in misure maggiore delle condizioni oggettive di difficoltà lavorativa, la presenza di stereotipi sull’insegnante meridionale, qualificato come assenteista, lavativo e inaffidabile. Nella provincia di Bergamo, oggetto dello studio di Paolo Barcella, l’autore registra la tendenza della società civile a spacciare «come verità autoevidenti che ‘tutti hanno avuto un insegnante meridionale che c’era le prime due settimane e poi si metteva in maternità per 18 mesi» oppure la scarsa conoscenza della lingua inglese sia imputabile ad un docente «con l’accento di Barletta» (p. 139). In atto vi è un classico meccanismo di semplificazione che porta «a considerare come caratteristiche culturali e antropologiche dei meridionali comportamenti riconducibili a fattori socio-economici» (p. 154). D’altra parte sono spesso gli stessi insegnanti meridionali che alimentano il diffuso pregiudizio. Domenico Perrotta e Dario Tuorto analizzano le modalità discorsive con cui le maestre meridionali a Reggio Emilia, già insediate, confrontano la propria esperienza di mobilità territoriale con quella delle neo-entrate. Relativamente alle assenze prolungate per malattia, richieste di mobilità con conseguente abbandono del gruppo classe, il ventaglio di reazioni possibile varia dalla ferma condanna (scarsa professionalità e/o scarsa moralità) sino alla giustificazione a certe condizioni (stare vicino alla famiglia). In ogni caso emerge una rappresentazione giocata sul rifiuto dello stereotipo per sé ma attribuito agli altri.

Chiave di lettura nell’interpretazione del fenomeno è il costrutto di civic stratification che consente di leggere e decodificare anche i cambiamenti del mercato del lavoro. La nozione, utilizzata all’interno degli studi sui fenomeni migratori, intende rendere conto di come, in molte società contemporanee, lo sviluppo della cittadinanza quale status sia andato di pari passo con il consolidamento di relazioni di potere asimmetriche che erodono il principio di eguaglianza formale e sostanziale. Introdotta da David Lockwood in un articolo del 1996, ha orientato e orienta quel complesso di studi che documentano la creazione da parte degli Stati di dispositivi normativi atti a produrre regimi differenziati tra i migranti in relazione alla loro zona di provenienza.

Il concetto di civic stratification – ritiene Gargiulo – ha un portato analitico che restituisce la complessità dei meccanismi selettivi del mercato del lavoro scolastico.

I continui cambiamenti delle regole di transizione, ossia in questo caso – dei criteri che regolano il passaggio dal precariato all’ingresso in ruolo, sebbene siano dichiaratamente ispirati a principi meritocratici e impersonali, producono soggetti che, a prescindere dai loro comportamenti individuali, occupano strati differenti nella scala della collocazione economica e lavorativa, così come in quella del riconoscimento professionale e sociale (p. 83)

In altri termini, le policies attuate tendono ad alimentare il conflitto sociale tra la comunità degli inclusi (i docenti di ruolo) e quella degli esclusi (precari, neo-immessi variamente migranti) generando un percorso ad ostacoli fatto di barriere materiali (di reddito e accesso al welfare) che producono insofferenza anche esistenziale (alienazione). Certo non si tratta di una puntuale discriminazione amministrativa come avviene nei confronti dei migranti; tuttavia non sembra improprio definirla come mobilità coatta che, come emerge dalle interviste, è sentita come ingiusta se non tanto in assoluto quanto se paragonata alla condizione di altri dipendenti pubblici.

In conclusione il testo riesce in una sfida particolarmente complessa, cioè incrociare tre ambiti di riflessione: il lavoro nel pubblico impiego, la condizione femminile nel mercato del lavoro e le dinamiche interne al mondo scuola, in un contesto segnato dal decremento demografico che colpisce soprattutto il Mezzogiorno e che, inevitabilmente, avrà ripercussione sulle opportunità lavorative.